Andrea Silenzi: Non si può mancare ad Arezzo

Non si può mancare ad Arezzo. Non si poteva venti e più anni fa, perché c’era sempre un nome, un suono, una faccia che valeva il viaggio. Perché si potevano vedere i Residents a due metri, coi bulbi infilati in testa e il loro mistero quasi svelato la mattina in albergo, a colazione. Fosse stato oggi, una foto col cellulare avrebbe fatto il giro del mondo. Ma meglio così, un segreto è roba per pochi. Perché si entrava negli spogliatoi dello stadio e c’era Tricky, buttato da una parte con la sua ospite famosa e innominabile. Perché potevamo assistere alla preparazione di quel coloratissimo corteo brasileiro guidato da Carlinhos Brown o vedere da vicino l’elettricità che usciva dalla tuta da mutante di David Byrne. Perché potevamo vedere la faccia sudata e pallida di Jon Spencer, 39 di febbre e un palco da divorare. Perché potevamo ascoltare Antony a notte fonda, noi insieme a tutti quelli che non se andavano a ballare, appiccicati alla plastica salvaerba da quella sua voce straziata. Perché poi una sera è arrivato Moby, e con lui sono arrivati in quarantamila e Arezzo era improvvisamente Roskilde. Perché ad Arezzo arrivavi convinto che saresti ripartito con qualcosa da scrivere e da conservare. Ragazzini pronti per il salto sulla Luna, anime indie indomabili, romantici tutto cuore e niente futuro, straccioni vestiti di rock e anime candide. Intorno c’erano bonghisti insopportabili, punkabbestia molesti, spettatori causali, esperti esaltati. Tanta umanità, la stessa che permetteva a noi di entrare ovunque, di vedere tutto. Dentro il festival. Mai visto niente che gli si avvicini, a quell’atmosfera. Ci sentiamo quelli di Arezzo. Non ce lo diciamo, ma è così. Io ci sono cresciuto dentro a quel festival. Una volta mi sono fatto leggere le carte da una ragazza seduta su un banchetto nascosto tra gli stand sotto le tribune. Mi ha detto che vedeva grandi cambiamenti. Due mesi dopo ho conosciuto mia moglie.
Non si può mancare ad Arezzo.

Andrea Silenzi – La Repubblica XL