Diario di bordo 3 – MEry Fiore di ritorno da New York

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Di ritorno a casa, dopo i live nella grande mela, tra cui la performance al CMJ – Music Marathon, ecco le impressioni, i ricordi le sensazione di MEry Fiore!

“La mia esperienza newyorkese non è stata solo un’importante tappa della mia carriera musicale, ma anche uno dei viaggi più belli che abbia fatto fino ad ora. Compagnia giusta, kilometri a piedi in una delle città più pazzesche del mondo, posti sempre diversi, crocevia di etnie differenti. Un posto che ci ha sorpresi ad ogni stazione metro, ad ogni incrocio, in ogni quartiere. Posto sempre diverso, dove ti chiedi: chi è il vero newyorkese? E ti rispondi: chiunque! L’emigrante sudamericano, l’imprenditrice cinese, l’artista europeo. Insomma chiunque la conosca un po’ e abbia fatto della Grande Mela la sua casa. Un posto in cui ciascuno ha una direzione e corre e corre inseguendo il suo obbiettivo e se è veramente svelto lo raggiunge.
Ci vuole un po’ ad abituarsi, non è semplice New York, e proprio per il suo flusso costante di eventi e di persone si rende affascinante e stimolante. Una città da vedere, indubbiamente. Da vivere, non saprei…
Ad ogni modo oltre alla scorpacciata di New York che ci siam fatti tutti e cinque, io, la band e la mascotte preziosa, Chiara, in sette giorni, abbiamo avuto anche modo di gustare l’atmosfera musicale di una rassegna così importante e interessante come quella del CMJ. Muniti di pass ogni sera entravamo in un locale e ascoltavamo gratuitamente la crème de la crème del mondo e registravamo, intrappolavamo in fotografie con gli occhi e con le orecchie (non solo con gli smartphone) tutti i suoni, i mood e le atmosfere che venivano fuori da queste band, una meglio dell’altra. Chi più fresco, chi più obsoleto, in ogni caso tutti tremendamente bravi e preparati. Non ho sentito stonare, sbavare, fare presentazioni ridicole, piuttosto il silenzio. In altre parole ho visto il meglio, e anch’io essendo stata parte del CMJ 2014, sono stata parte del meglio e ne sono profondamente orgogliosa e quindi sono assolutamente grata alla Fondazione Arezzo Wave Italia.

Abbiamo conosciuto i gruppi, ci siamo scambiati i contatti, abbiamo iniziato a seguirci reciprocamente, abbiamo apprezzato, sognato, ascoltato con devozione, abbiamo PARTECIPATO e questo è stato veramente bello.
Nella mia esperienza a New York ho raccolto due serate: quella per la quale intervenivano Arezzo Wave + Sonicbids e quella trovata da noi contattando alcuni locali.
Così abbiamo suonato il 21 ad Harlem, per conto di noi stessi, e il 23 a Brooklyn per il CMJ.

La prima serata, quella del 21, che era in assoluto la prima oltreconfine, oltreoceano, la nostra prima data insomma fuori dall’Italia, è stata importante per sciogliere il ghiaccio. Presentarsi ad un nuovo pubblico che non parla la tua lingua, che non sai nemmeno se parli o ascolti il tuo stesso linguaggio musicale, ti spinge a buttarti, perché è il tuo momento e non c’è più niente da fare. Tocchi il microfono, la tensione si spegne in un istante, parte il synth, entra il pezzo: Intro. Finalmente entri nel viaggio e non esci fino a quando tutto non sarà finito.
Scorrono le canzoni, dapprima più cupo, il tutto diventa poi sempre più chiaro e positivo, energetico, e si chiude come un in cerchio, con l’inizio: Intro che diventa un Outro, stravolto, allungato, e di sfogo.
La prima è fatta! Scendiamo dal palco, smontiamo, si avvicinano le prime persone, riceviamo i primi complimenti americani e la prima mancia: 9 dollari. Lì a New York funziona così: i musicisti hanno l’onore di essere ospitati a suonare nei locali della Grande Mela, perciò per loro niente cachet, solo mance e se occorre, una percentuale sui drink. Ho sentito dire che funziona così nelle grandi città, sarà, ma messa così la vedo molto dura per i musicisti! Ecco perché ho visto tanta gente valida suonare in metropolitana, perlomeno si fan due soldi!

Ad ogni modo dopo la prima serata al Silvana in quel di Harlem, quartiere gospel pericoloso e intrigante, ci prepariamo per la seconda, quella ufficiale, quella grossa, quella del CMJ!
Il 23 abbiamo deciso di non consumarci troppo per preservare le energie e ci siamo fatti un giro nel quartiere in cui avremmo suonato la sera: Williamsburg, sulla costa occidentale di Brooklyn, la parte che si affaccia su Manhattan, un posto fighissimo, molto europeo, pieno di musicisti e di ebrei. Il quartiere peraltro dove abita la mia adorata OH LAND, che tuttavia non sono riuscita a beccare. Pieno di vetrine particolari e di giovani interessanti, finalmente vestiti bene, perché fino a quel momento di gente vestita bene non ne avevamo vista affatto, ci abbaglia e ci carica, così paghi delle belle visioni ci dirigiamo verso il Trash Bar, per perlustrare il locale, studiarne il palco, la sala bar, chiedere due aste per tastiera, e altre robe tecniche.

Piccola parentesi sul design degli interni: lì tutti i locali sono divisi in due sale – sala bar e – sala concerto. Il che è una cosa buona, perché nella sala concerto ti ritroverai davvero solo gente che è interessata ad ascoltarti e che parteciperà non con il vociferare di chi non ti sta cagando proprio, ma con gli occhi, con le orecchie, coi piedi e con le mani. E chi si vuole ‘mbriacà lo farà comodamente nella sala bar! 😉
Ora, tornando al Trash Bar, nell’uscire dal locale oramai abbondantemente analizzato, ci imbattiamo in dei sacchi di trash che si trovavano fuori di fronte all’ingresso e iniziamo a farci delle domande come dei dannati: sarà vera spazzatura, o solo installazioni per rendere il tutto più coerentemente trash? In effetti gli enormi sacchi neri erano inodore. Con questo dubbio in tasca ce ne ritorniamo in appartamento, ci prepariamo, ci facciamo fighi, portiamo gli strumenti in spalla e partiamo! Una volta ritornati la sera, ci piazziamo sotto al palco ad attendere la fine dell’esibizione di questi undicenni fortissimi , con in mano strumenti che superano di gran lunga le dimensioni dei loro corpicini, parlo dei Residual Kid, che io ho chiaramente ribattezzato come “Residui di bambini”, perché veramente si trattava di vecchi in corpi giovani: facevano grunge, con la faccia a terra, si prendevano sul serio e non sorridevano mai.

Ci chiama il fonico, bello, uguale a Beck, ci dice che tocca a noi, ci adoperiamo a montare nel più breve tempo possibile, ci rivolgiamo a lui in una lingua inventata sul momento che di sicuro non era l’inglese e in ogni caso ci capiamo. Attacca lo show. La scaletta questa volta più ridotta, mezz’ora per gruppo, invece ad Harlem ci spettava un’ora, così decidiamo di proporre i brani più forti, quelli più energici.
Io dalla prima nota inizio a sciogliermi, dopo un paio di battute in inglese mi rilasso del tutto e inizio a guardarli negli occhi, come a cercare la connessione tra me e lo straniero, la più vera, quella che passa attraverso gli occhi. La trovo: applausi, sorrisi, tablet e smartphone iniziano a riprendere, alcuni “ciao bella!” e si comincia a scherzare insieme. Su “L’ansia” gli americani ballano e noi dalla nostra continuiamo a gasarci e a suonare ancora meglio e più forte.
Una volta finito il live, distesi e soddisfatti iniziamo a bere e a chiacchierare con il pubblico, riceviamo dei complimenti e dei biglietti da visita, ma soprattutto scambi di opinioni.
Dopo di noi un altro gruppo italiano validissimo: i Joycut. E poi i tedeschi Oracles, simpaticissimi.

Di quello che ho potuto ascoltare al CMJ mi piacerebbe citare alcuni dei nomi degli artisti che in quel putiferio di locali vibranti uno a tre metri dall’altro ho avuto modo di ascoltare e di apprezzare. Gruppi dei quali consiglio l’ascolto: Titanics, Lisa Leblanc, Tei Shi, di nuovo Joycut e Oracles, e ultimo ma non meno importante, il gruppo che ho preferito su tutti: Lydia Ainsworth e la sua band che insieme hanno creato un’atmosfera tale da farmi sognare e portarmi al settimo cielo. Sono un po’ The Knife con l’inserto di sonorità classiche ed epiche dettate dall’aggiunta di un violoncello e di un violino che sono parte attiva del set e suonano durante tutte le canzoni, non sono dunque solo l’accessorio.

Ciò che invece mi ha illuminata è stato l’uso frequente dei cori, dei pedali per la voce: loop vocali, campioni e pad spaziosi si sommavano per rendere il tutto più esteso, sospeso e rarefatto. Questa è una dritta che porterò a casa, o meglio, in sala prove.

L’esperienza che non so come mi ha cambiata è quella del CMJ e di New York più in generale: mi ha svegliata, ha fatto arrivare i miei occhi in un altro continente e su un altro pianeta musicale, perciò: GRAZIE AREZZO WAVE. Continua ad esistere per le generazioni future.

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Il Facebook di MEry Fiore
L’intervista a Radio Wave International

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