Flavia Perina: Luccichio

Mi telefonò uno con l’accento toscano. «Mi chiamo Mauro Valenti, mi ha dato il tuo numero Tizio, mi servirebbe una mano». La mano che serviva era accelerare le procedure di visto per una band di palestinesi sparsi in Stati diversi in quanto profughi. Feci delle telefonate. Scocciai diversi conoscenti. Tre visti su quattro arrivarono in tempo per Arezzo Wave 2010. Mi invitò ad andare. Andai. Diventammo un po’ amici. Tornai l’anno dopo, quando il Festival si fece a Lecce. La mattina mi svegliai molto presto, nel resort con piscina dove ci avevano alloggiato, e feci il primo bagno insieme a un signore piuttosto cauto: era Lou Reed, quasi svenni. Quell’anno gli avevo portato Antonio Pennacchi, che aveva vinto lo Strega con “Canale Mussolini”: animò un folgorante dibattito in spiaggia, stregando tutti con la storia delle città di fondazione pugliesi, che nessuno conosce. A quel punto io e Mauro, io e il Festival, eravamo amici. Mi messaggiava mentre stavo alla Camera (ero parlamentare, all’epoca, oltreché direttore del Secolo d’Italia), e per metà di quei messaggi avrebbero potuto processarci per vilipendio, credo. Devo a Mauro anche il re-incontro con uno che, oggi, è tra i miei migliori amici: Marco Mathieu, che scrive su “Repubblica” ma per quelli di Arezzo Wave è soprattutto Marco dei Negazione.

Sono stata al Festival solo due volte, e però ho riconosciuto lì l’energia speciale che c’è nelle cose vere e nella musica quando ci credi. Non sempre, certo. Non in ogni momento. Ma è un luccichio, uno shining, così raro che basta vederlo una volta e non te lo scordi più. Poi dirò una cosa molto tra parentesi, però per me importante. A vent’anni (era ancora l’epoca delle musicassette) con alcuni pazzi fra i quali Giampiero Rubei (molto dopo fondò l’Alexander Platz, forse lo conoscete) organizzai un maxi-concerto per band scolastiche, una tre giorni al Tendastrisce di Roma intitolata “Ora di Musica” che avrebbe dovuto diventare un appuntamento fisso per gli studenti di liceo e la città. Ovviamente durò un solo anno, ma più o meno nello stesso periodo, a metà degli Ottanta, prendeva vita l’idea di Arezzo Wave. Ecco, ricordare oggi il trentennale del Festival è anche un atto di egoismo, un omaggio alla mia giovinezza oltrechè a quella di Mauro e di tutti i suoi amici e collaboratori, allo scintillio che l’ha attraversata, alle cose che ci ha detto la musica, oltre le parti, oltre le classi, oltre i reciproci pregiudizi. Cose che sembravano effimere, ma sono durate più di molte altre.
Flavia Perina