Guido Andruetto: Un cuore così coraggioso che manca a gran parte dei festival italiani di oggi

Dormivo in una foresteria nella parte vecchia di Arezzo. Dalla finestra di questo palazzo in alto sulla collina vedevo i tetti del centro storico e mi immaginavo come sarebbe stato il festival a cui ero stato invitato per presentare i gruppi dello Psycho Stage. Si suonava di giorno. A tutte le ore. E già questo mi incuriosiva. Poi mi sono ritrovato su un palco immerso in una macchia verde selvatica, una specie di bosco di campagna, con un’arena naturale, una prateria sotto il sole cocente. Nel backstage c’erano delle tende bianche adibite a camerini. L’atmosfera era allegra e conviviale, come quella che si respira in una famiglia. Poco lontano dal palco, una mattina, ho visto i Linea 77 sfidarsi in una partita di calcio senza esclusione di colpi. Non era tanto per fare due tiri: si giocava sul serio. I ragazzini giá sotto il palco li aspettavano per sentirli suonare. Di mattina. Una cosa da pazzi. Cosi per i One Dimensional Man di Pierpaolo Capovilla. Nella luce disturbante del mezzodì hanno pestato duro con suoni corrosivi e violenti. La dimensione della sera con i concerti dei grandi gruppi ad Arezzo Wave non era l’unica cosa importante. C’erano molte altre avventure in cui perdersi in giro per la cittá. Una rete di suoni che era fatta da persone. Facce. Storie. Ad Arezzo Wave la grande bellezza è stata la gratuitá, la libertá, l’orizzontalitá dell’esperienza musicale. Un cuore così coraggioso che manca a gran parte dei festival italiani di oggi.

Guido Andruetto – La Repubblica